Una delle caratteristiche di ogni comunità, che si tratti della tradizionale Gemeinshaft fondata su vincoli di appartenenza come la parentela o la vicinanza, oppure della weberiana “ comunità del sentire “, è quella di accogliere con favore solo narrazioni che non mettano in discussione l’omogeneità, l’equilibrio, il sentire comune, spontaneo o indotto che sia. E, per impedire che questo accada, si stabiliscono criteri rigidi che regolano l’accesso all’interno della comunità e permettono di rimanervi, insieme a criteri altrettanto rigidi per escludere coloro che non si riconoscono nell’uniformità culturale. Non esitando, se occorre, a ricorrere alla negazione di diritti, alla sopraffazione, persino alla violenza.                                                              

Ciò finisce con l’indirizzare il dibattito pubblico e l’attenzione generale su una pluralità di temi e rivendicazioni ( territoriali, identitarie, etniche, religiose etc ) che spesso si lasciano dietro una scia dolorosa di intolleranza e ostilità.                                                                                                                            

Di razzismo.                                                                                           

Ma, anche se il dibattito pubblico e l’attenzione generale le ignorano, la nostra realtà è intrisa di una molteplicità di figure su cui, a titolo diverso, si esercita una violenza fisica e psicologica e che, a causa di ciò, pagano un costo altissimo in termini di “ spaesamento sociale “ e di “ apolidismo umano “. 

Come, ad esempio, le vittime di comportamenti aggressivi e persecutori posti in essere nei luoghi di lavoro, il cosiddetto Mobbing, forse la più invisibile e silenziosa forma di intolleranza, quella che con più difficoltà riesce a smuovere e mobilitare le coscienze.

La domanda, a questo punto, è se anche in casi come questo possiamo parlare di razzismo.

C’è chi dice che il razzismo è quello che viene tradotto in leggi specifiche ( come nel caso delle leggi speciali mussoliniane, hitleriane, sudafricane ) e che va distinto dalla xenofobia, dal pregiudizio, dall’intolleranza, dal senso di superiorità, dal disprezzo per il generico altro.

Io credo che nell’alambicco in cui si distilla il razzismo vengano versati e mescolati numerosi ingredienti: una società impaurita e in crisi, il rovesciamento della realtà, la paura dell’altro, del diverso, una psicologia che favorisce l’adesione assoluta e acritica alle decisioni di un capo e la conseguente predisposizione a rovesciare sull’altro, sul diverso, sull’inerme, la frustrazione per la propria nullità.

Credo anche che un’eccellente definizione di razzismo sia quella data da Luciano Canfora in una vecchia intervista rilasciata all’Unità:  Il razzismo è un unico, magmatico “ ES “ visceralmente ostile alla  nozione di uguaglianza e alle sue implicazioni.

Ogni manifestazione che implichi disprezzo, esclusione, umiliazione dell’altro, del diverso, deve essere catalogata come forma di razzismo

Incluso il Mobbing. 

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