2008, crac della banca d’affari Lehman Brothers, emblema di una crisi globale ancora non finita.

2020, covid-19, con la sua scia di morti, coprifuoco, paralisi sociale ed economica.

2022, invasione russa dell’Ucraina e orologio della storia riportato indietro di oltre trent’anni.

Quindici anni ( quasi ) che hanno cambiato il mondo; meglio, che hanno prodotto una svolta nella percezione che abbiamo della nostra vita e del mondo in cui viviamo.

Certo, stiamo parlando di avvenimenti non particolarmente originali nella storia, anche recente, dell’umanità. Devastanti crisi economiche e finanziarie hanno segnato il XX° secolo, pandemie hanno falcidiato la popolazione mondiale in maniera incommensurabilmente maggiore  di quanto non abbia fatto – e stia facendo – il covid. Per non parlare delle guerre: dalla fine della seconda guerra mondiale non c’è praticamente stato anno senza conflitti. Anche nella civile Europa: di questi tempi, trent’anni fa, il sangue scorreva lungo le strade di Sarajevo.

Questa volta, però, la sensazione è che ci troviamo di fronte a qualcosa cui non siamo preparati. E’ come se dopo questi (quasi) quindici anni l’indicatore della nostra capacità di resilienza si fosse pericolosamente avvicinato  al livello di riserva, spingendoci, ancora una volta, a imboccare la scorciatoia, piena di insidie,  dell’isolamento, della sfiducia nel progresso, della diffidenza verso il nuovo, del timore nei confronti del diverso.

Una scorciatoia nota che ha sempre condotto agli stessi esiti disastrosi.

Il noto in genere, appunto perché noto, non è conosciuto “, scrive Hegel nella sua Fenomenologia dello spirito.

Il “ noto “ non è la porta che si apre sul mondo della conoscenza; spesso, anzi, ci introduce in quello parallelo dei falsi saperi, delle credenze settarie, dei pregiudizi.

La conoscenza si nutre di memoria, “ il noto “ umilia e cancella la memoria.

Spetta alla cultura, nella sua accezione più ampia, presidiare il confine tra “noto” e conoscenza.

Forse è tempo di “resettare” le nostre convinzioni e ricominciare a porci le domande fondamentali, di ripensare una visione del mondo.

Forse è tempo, come per i primi filosofi greci, di volgere lo sguardo al cielo e, parafrasando il mai troppo compianto Marco Pivato, “ noverar le stelle “, cercando di capire cosa unisce scienziati e poeti; a partire dalla consapevolezza che, come scrive Wystan Hugh Auden, “ tra il senso comune e il vissuto c’è sempre uno scarto “ .

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