I “parenti d’America” sono stati un sogno che, per decenni, ha popolato il nostro immaginario. Più che sancire un’appartenenza, i “parenti americani” hanno simboleggiato la tensione verso il riscatto, l’emancipazione da una condizione miserevole e provinciale, verso una vita piena di promesse, incarnate dai ragazzoni ipernutriti che scorrazzavano lungo la penisola durante la guerra.

Avere parenti americani voleva dire raggiungere la vetta del monte Nebo e da li allungare lo sguardo in direzione della terra promessa che si apre vasta, invitante, a portata di mano.

E se qualcuno, nella povera Italia del dopoguerra, riusciva a fare fortuna, con un pizzico d’ironia e una manciata d’invidia, si diceva che aveva trovato lo zio o il cugino d’America.

Io, i cugini d’America li ho davvero e adesso sono qui, a Roma, in visita.

E’ la prima volta che li vedo, di persona intendo e non tramite zoom; siamo tutti ultrasessantenni e questa prima volta potrebbe rivelarsi l’unica.

Loro sono i due figli di un fratello di mio padre che, dopo l’arrivo dei nazisti, riuscì a fuggire da Lodz e a rifugiarsi nella parte di Polonia occupata dall’Unione Sovietica, evitando così la sorte toccata a mio padre: il ghetto prima, Auschwitz poi. 

Socialista, bundista, rivoluzionario, fermamente convinto che la salvezza, come il sole, sarebbe arrivata da oriente, questo fratello non si limitò a cercare rifugio ma si arruolò nell’Armata Rossa e combattè la belva nazista fino alla fine della guerra.

Poi, accortosi che il sole d’oriente portava con sé nere nubi cariche di tempesta, si mischiò alle centinaia di “displaced persons” che vagavano tra le rovine dell’Europa e ottenne asilo negli Stati Uniti d’America.

Io e i miei due cugini americani sediamo placidamente attorno a un tavolino di un bar di Piazza Navona e parliamo delle nostre famiglie, del covid, della guerra in Ucraina. Sembra non esserci spazio per la nostra storia, ma basta uno sguardo per avere la certezza di una consapevolezza che niente può cancellare: la consapevolezza di essere custodi di una memoria che un mondo che ignora che il riconoscimento è più importante del pentimento (per dirla con Edgar Morin) tenderà a rendere sempre più sbiadita. La consapevolezza che, se le pagine del libro della storia possono essere girate solo in avanti, ciò che è scritto nelle pagine già chiuse rimane, continua a vivere, a disposizione di chi avrà tra le mani il libro della storia e riprenderà a girarne le pagine.

Rigorosamente in avanti.

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