“Qui finisce tutto”.

Sono le ultime parole della lettera-testamento che Cloe Bianco ha affidato al suo blog prima di farla finita tra le fiamme del furgone in cui viveva.

Cloe era una donna transgender che un giorno ha deciso di essere finalmente sé stessa, di spezzare le catene che imprigionavano il suo corpo e la sua anima e conquistarsi ciò che spetta di diritto a ogni essere umano, costi quello che costi: il proprio spazio di libertà.

Cloe insegnava e quel giorno si è presentata in aula indossando gonna e scarpe con i tacchi, mostrandosi per quello che sentiva di essere, per quello che era; e nessuno può dubitare che lo ha fatto sapendo che il costo sarebbe stato esorbitante.

Così è stato.

Da quel momento nulla le è stato risparmiato: allontanamento dall’insegnamento, umiliazioni, disprezzo. Persino il tribunale l’ha condannata: non aveva preparato adeguatamente e per tempo i suoi alunni, così ha sentenziato.

Ma cosa ne può sapere un tribunale del carico di frustrazione, dolore, disperazione che infine ti spinge alla ribellione, al rifiuto di continuare a fingere di essere qualcosa di diverso da quello che si è realmente, per fingere di essere accettati?

Cosa sarebbe cambiato se avesse “preparato per tempo” i suoi alunni?

Te lo dico io, Cloe: non sarebbe cambiato niente.

Saresti stata in ogni caso lo zimbello di tutti, l’obbrobrio da cui allontanare gli studenti, macchietta disgustosa e paradossale, da isolare in pubblico e schernire in privato.

No Cloe, qui non finisce tutto: questo è solo l’ennesimo episodio di una storia che continuerà a bruciare altre vite, come la tua, cui hai dato fuoco nel furgone che era la tua casa.

E pochi si ricorderanno di te; e chi ricorderà nasconderà dietro parole di circostanza il solito sorrisetto di scherno.

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